venerdì 19 ottobre 2012

LA DONNA NELLA CHIESA

Il ruolo della donna nella Chiesa, accusata di essere prettamente maschilista, è una delle questioni molto dibattute. Perché non possono essere ordinate come sacerdoti, così come fanno le Chiese protestanti? E’ indubbio che Gesù ha avuto nei confronti delle donne un rapporto molto libero e positivo, eppure ha scelto solo uomini come suoi apostoli. In uno speciale dossier del mensile paolino Jesus si parla del “lato femminile di Dio” e si ricorda, fra l’altro, come solo in Italia vivano ben 80 mila religiose, tre volte più dei preti, ma come queste siano rimaste ai margini, discrete, silenziose, lontano dai riflettori e dal potere.
Seguiamo alcuni passi dell’articolo “L’altra metà della Chiesa”:
Le donne non possono «fare da commentatore. Questo solo si permette: che in caso di necessità una donna guidi in certo modo il canto o le preghiere dei fedeli ».
L'Istruzione di Pio XII Musica sacra e sacra liturgia, pubblicata nel 1958, non lasciava spazi di alcun tipo. Le donne erano tenute a grande distanza da tutto ciò che riguardava la "gestione del sacro". Occorrerà aspettare fino al 1967 per avere qualche segnale differente. Un vento nuovo spirava nella Chiesa dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, ma le remore erano ancora tante. (…) Se il "contatto" con lo spazio sacro continuava a essere un problema, su altri piani si aprivano, invece, nuove strade. E così, nella seduta del 20 dicembre del 1967, la stessa Congregazione osava spingersi fino al punto da affrontare il tema della «capacità dottrinale delle donne» sancendo la «piena e pari dignità teologica dell'universo femminile e consentendo alle donne di salire in cattedra.


Una svolta epocale. Almeno in linea di principio, perché a guardare ciò che è accaduto negli oltre quarant'anni successivi, la parità è ancora lontana dall'essere raggiunta. Certo, le donne hanno avuto accesso alle cattedre di Teologia ma le docenti sono ancora il 10,4 per cento del totale: una minoranza che diventa ancora più esigua se si guarda alle materie di insegnamento.
(…) I numeri si capovolgono, invece, quando si tratta di questioni pratiche. Per restare in Italia, basti pensare che a far andare avanti le 23 mila parrocchie ci pensano circa 200 mila laici tra catechisti e operatori pastorali. In quasi l'80 per cento dei casi si tratta di donne, e di donne giovani, visto che il 70 per cento ha meno di 50 anni. Per esse si delinea un vero paradosso: sono ai margini dei luoghi decisionali, ma nello stesso tempo sono al centro dei problemi e della vita.
Non sul pulpito, poco sulle cattedre, ancor meno come direttrici di oratori o di uffici pastorali, le donne sono molto presenti nelle aule di catechismo, nei servizi sociali e di volontariato, come ministre straordinarie dell'Eucarestia e, sempre di più, come madri spirituali. Impossibilitate ad accedere al "potere", hanno cercato i loro spazi arrivando a dar vita a quello che da qualche tempo viene chiamato «magistero della vita», un modo di stare dentro e con la Chiesa che è "magisteriale", di insegnamento.
(…) Sono questi – la gestione del potere, l'accesso delle donne al diaconato, lo spazio di ascolto e di parola, la questione del genere, la femminilità nella tradizione della Chiesa – alcuni dei nodi irrisolti. (…) «La Chiesa cattolica», sottolinea la teologa Maria Cristina Bartolomei, «stenta a dare spazio e voce al femminile. Non solo alle donne storiche, ma al femminile in quanto tale, presente sia negli uomini che nelle donne. Abbiamo un vizio d'origine che nasce anche dal linguaggio. Nelle lingue che non hanno il neutro, come la nostra, Dio è sempre tradotto al maschile. E questo non è indolore». Esserne coscienti e discuterne apertamente è già una forma di coraggio.
(Laura Badaracchi e Iacopo Scaramuzzi, L’altra metà della Chiesa, Jesus, maggio 2011)
PARITA’ o PARI DIGNITA’ nella differenza di genere?
Il femminismo non è stato mai bene accolto nella Chiesa. Per affermare la loro dignità, hanno creduto necessario assumere atteggiamenti maschili, lavori tradizionalmente riservati ai maschi, oppure minimizzare la differenza dei sessi, riducendola a un prodotto culturale (vedi la polemica attuale dei gender, cioè dei generi sessuali).
Seguiamo quanto scrive Lucia Bellaspiga: Abbiamo lottato per la parità. Abbiamo urlato nelle piazze che noi eravamo come loro, gli uomini. Abbiamo pensato che vivere libere equivalesse ad essere la loro copia, bella o brutta che fosse, una specie di clone asessuato, mascolinizzato. Abbiamo bandito la femminilità come fosse un orpello e lo stigma di una manifesta inferiorità. E così, in nome del femminismo, abbiamo rinunciato ad essere femmine, e prima ancora donne. Un errore che affonda le proprie radici storiche nelle battaglie ideologiche del Sessantotto, ma che paghiamo caro ancora oggi, con tanto di interessi: alla fine del nostro lungo affannarci, oggi le libertà sono le stesse di allora, forse sono anche meno, e noi ci siamo perse, convinte ancora che indossare i pantaloni sia un grido di battaglia. Il ragionamento è molto semplice: se si cerca di imitare qualcuno è perché lo si ritiene superiore. Dunque proprio quell’arrabbiato e caparbio emulare la natura dell’uomo, persino i suoi difetti, in realtà tradisce un nostro (immotivato) complesso di inferiorità, quello che ci fa dire «sono libera se sono uguale al maschio». No, noi siamo libere perché fieramente diverse.
Senza cadere in un complesso di superiorità, ma consce del fatto che Dio per i credenti, la natura per gli atei, ci ha fatti uomini e donne, opposti e complementari, ognuno chiamato a valorizzare sempre meglio quelle precipue caratteristiche che fanno di noi donne delle 'vere donne', e dei nostri compagni dei 'veri uomini'. Ma tutto questo può avvenire solo a un prezzo, che in fondo è anche bello pagare: accettare di essere concavi e convessi, per rivestire ognuno il proprio ruolo. (…) Siamo arrivate al punto di lottare per il diritto ad uccidere il figlio che portiamo in grembo: per essere come chi non lo può e mai lo potrà generare... Ma il diritto, quello vero, che ancora ci chiama a battaglia è ancora molto lontano a venire: si chiama complementarietà. Agogniamo una società che ci permetta di valorizzarci senza perderci, che ci lasci essere orgogliosamente mogli e madri, ma insieme lavoratrici, studiose, artiste, donne realizzate anche al di fuori della famiglia, come avviene ai mariti e padri responsabili. Che ci dia i mezzi, concreti, per poter essere – se lo vogliamo – tutto questo insieme. Solo così 'restare a casa' per crescere i figli non sarà mai un ripiego, parola che suona come una bestemmia se accostata al ruolo di madre, ma una scelta felice perché libera. Solo così sapremo trasmettere i nostri atavici saperi senza l’amarezza di una costante rinuncia.
Solo così guarderemo ai nostri uomini come a compagni di strada che marciano assieme a noi, pronti ad aspettarci se ci attardiamo un po’, ma anche a chiederci aiuto quando le più forti siamo noi. E non perché indossiamo i pantaloni, ma perché Dio (o la natura, per chi non crede) ci ha dato la capacità di essere sempre un po’ madri, anche degli uomini che non abbiamo messo al mondo”.
(Lucia Bellaspiga, La libertà che non inganna perché ci rende più donne, Avvenire 8.3.11)

Sul ruolo della donna nella Chiesa secondo Giovanni Paolo II

“Nella Mulieris dignitatem, Giovanni Paolo II ha voluto approfondire le veritàantropologiche fondamentali dell'uomo e della donna, l'uguaglianza in dignità e l'unità dei due, la radicata e profonda diversità tra il maschile e il femminile e la loro vocazione alla reciprocità e alla complementarità, alla collaborazione e alla comunione. Questa unità-duale dell'uomo e della donna si basa sul fondamento della dignità di ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, il quale "maschio e femmina li creò". (Papa Benedetto XVI, 9 febbraio2008)
La Mulieris Dignitatem ("La dignità della donna") è una Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II pubblicata nel 1988, in occasione dell'Anno Mariano e sulla scia del Sinodo dei Vescovi dell'anno precedente.
Tornerà a rivolgersi alle donne con una lettera del 1995 in cui, tra l’altro, scrive:
Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.
Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.
Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.
Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l'indispensabile contributo che dai all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.
Grazie a te, donna-consacrata, che sull'esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, ti apri con docilità e fedeltà all'amore di Dio, aiutando la Chiesa e l'intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.
Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.
Ma il grazie non basta, lo so. Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. (…) Ma se in questo non sono mancate, specie in determinati contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della Chiesa, me ne dispiaccio sinceramente. Tale rammarico si traduca per tutta la Chiesa in un impegno di rinnovata fedeltà all'ispirazione evangelica, che proprio sul tema della liberazione delle donne da ogni forma di sopruso e di dominio, ha un messaggio di perenne attualità, sgorgante dall'atteggiamento stesso di Cristo.
Egli, superando i canoni vigenti nella cultura del suo tempo, ebbe nei confronti delle donne un atteggiamento di apertura, di rispetto, di accoglienza, di tenerezza. Onorava così nella donna la dignità che essa ha da sempre nel progetto e nell'amore di Dio. Guardando a Lui, sullo scorcio di questo secondo millennio, viene spontaneo di chiederci: quanto del suo messaggio è stato recepito e attuato?

Messaggio che, a chiusura del Concilio Vaticano II, il Santo Padre Paolo VI rivolse, suddiviso in undici punti, alle donne. Era l’8 dicembre 1965. Eccone il testo:
1) Ed ora è a voi che ci rivolgiamo, donne di ogni condizione, figlie, spose, madri e vedove; anche a voi, vergini consacrate e donne nubili: voi siete la metà dell’immensa famiglia umana!
2) La Chiesa è fiera, voi lo sapete, d’aver esaltato e liberato la donna, d’aver fatto risplendere nel corso dei secoli, nella diversità dei caratteri, la sua uguaglianza sostanziale con l’uomo.
3) Ma viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si completa in pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto.
4) È per questo, in questo momento nel quale l’umanità sperimenta una così profonda trasformazione, che le donne imbevute dello spirito del Vangelo possono tanto per aiutare l’umanità a non decadere.
5) Voi donne avete sempre in dote la custodia del focolare, l’amore delle origini, il senso delle culle. Voi siete presenti al mistero della vita che comincia. Voi consolate nel distacco della morte. La nostra tecnica rischia di diventare disumana. Riconciliate gli uomini con la vita. E soprattutto vegliate, ve ne supplichiamo, sull’avvenire della nostra specie. Trattenete la mano dell’uomo che, in un momento di follia, tentasse di distruggere la civiltà umana.
6) Spose, madri di famiglia, prime educatrici del genere umano nel segreto dei focolari, trasmettete ai vostri figli e alle vostre figlie le tradizioni dei vostri padri, nello stesso tempo che li preparate all’imprevedibile futuro. Ricordate sempre che attraverso i suoi figli una madre appartiene a quell’avvenire che lei forse non vedrà.
7) Ed anche voi, donne nubili, sappiate di poter compiere tutta la vostra vocazione di dedizione. La società vi chiama da ogni parte. E le stesse famiglie non possono vivere senza il soccorso di coloro che non hanno famiglia.
8) Voi soprattutto, vergini consacrate, in un mondo dove l’egoismo e la ricerca del piacere vorrebbero dettare legge, siate le custodi della purezza, del disinteresse, della pietà. Gesù, che ha conferito all’amore coniugale tutta la sua pienezza, ha anche esaltato la rinuncia a questo amore umano, quando è fatta per l’Amore infinito e per il servizio di tutti.
9) Donne nella prova, infine, voi che state ritte sotto la croce ad immagine di Maria, voi che tanto spesso nella storia avete dato agli uomini la forza di lottare fino alla fine, di testimoniare fino al martirio, aiutateli ancora una volta a ritrovare l’audacia delle grandi imprese, unitamente alla pazienza e al senso delle umili origini.
10) O voi donne, che sapete rendere la verità dolce, tenera, accessibile, impegnatevi a far penetrare lo spirito di questo Concilio nelle istituzioni, nelle scuole, nei focolari, nella vita di ogni giorno.
11) Donne di tutto l’universo, cristiane o non credenti, a cui è affidata la vita in questo momento così grave della storia, spetta a voi salvare la pace del mondo!

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